Discorsi medi: Gli ultimi cinquanta

ฉบับแปลอิตาลี · Sutta Piṭaka — The Basket of Discourses · Volume 14 · 538 pages

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  1. Page 1–26 Devadaha Sutta – La confutazione della dottrina dei nigaṇṭha sul kamma passato Il Buddha soggiorna nel borgo di Devadaha e discute l'insegnamento dei nigaṇṭha, che credono che ogni piacere e dolore derivi soltanto dal kamma passato, e che quindi il tormento del corpo estingua il kamma passato e ponga fine alla sofferenza. Egli interroga i nigaṇṭha con argomenti razionali, mostrando che essi non sanno realmente quanto kamma passato abbiano, e che quindi il tormento di sé non ha un vero frutto. Mostra poi che lo sforzo dà frutto solo quando il bhikkhu non si lascia travolger
  2. Page 27–40 Pañcattaya Sutta – Cinque visioni sulla vita dopo la morte Al Jetavana il Buddha espone ai bhikkhu le opinioni di vari asceti e brahmani sul futuro (se gli esseri rinascano o no dopo la morte), che si riducono a cinque tipi: la visione che il sé sia percipiente, non percipiente, né percipiente né non percipiente, che sia annientato, o che possa estinguersi completamente nel presente. Egli indica che queste visioni sono tutte fenomeni condizionati e grossolani, ancora legati all'attaccamento, a differenza del Tathāgata che conosce chiaramente la cessazio
  3. Page 41–48 Kinti Sutta – La concordia nel ricordare ed esporre il Dhamma A Kusinārā il Buddha chiede ai bhikkhu che cosa pensino di lui. I bhikkhu rispondono che egli insegna il Dhamma per compassione, non per desiderio di guadagni e onori. Egli insegna allora come i bhikkhu devono comportarsi quando hanno opinioni diverse sul significato o sulle parole del Dhamma che ha esposto, come le trentasette qualità che conducono al risveglio: devono conciliarsi con concordia, senza litigare; insegna inoltre come ammonire chi sbaglia senza nuocere né a sé né agli altri, come
  4. Page 49–55 Sāmagāma Sutta – Le radici delle dispute e i modi per risolvere le controversie nel Saṅgha (parte iniziale) Dopo la morte del Nigaṇṭha Nātaputta a Pāvā, i suoi discepoli si dividono e litigano sulla dottrina. Il novizio Cunda porta la notizia al Buddha tramite Ānanda, temendo che un evento simile possa accadere nel Saṅgha dopo il parinibbāna del Buddha. Il Buddha espone sei radici delle dispute, come la rabbia e il rancore, l'invidia e l'avarizia, e la visione errata con l'attaccamento alle proprie opinioni; espone inoltre i quattro tipi di controversie (adhikaraṇa) e i sette metodi per risolverle (ad
  5. Page 56–60 Sāmagāma Sutta – I modi per risolvere le controversie e i sei principi di cordialità Il Buddha parla ad Ānanda nel villaggio di Sāmagāma e spiega i modi per risolvere le dispute (adhikaraṇa) nel Saṅgha, come la paṭiññātakaraṇa (decidere sulla base dell'ammissione), la tassapāpiyasikā (sanzionare chi cambia continuamente versione) e la tiṇavatthāraka (coprire con l'erba, cioè riconciliare mettendo da parte le piccole contese). Poi espone i sei principi di cordialità: azioni del corpo, della parola e della mente piene di gentilezza amorevole, la condivisione equa di ciò che si ric
  6. Page 61–73 Sunakkhatta Sutta – I piaceri sensuali, i cinque tipi di persone e la similitudine della freccia avvelenata A Vesālī Sunakkhatta, figlio dei Licchavi, chiede al Buddha se i bhikkhu che dichiarano di aver raggiunto lo stato di arahant dicano il vero o si sbaglino per sopravvalutazione. Il Buddha spiega i cinque oggetti dei piaceri sensuali e parla di cinque tipi di persone la cui mente è incline a diversi livelli di felicità: dall'attaccamento ai piaceri sensuali mondani fino all'imperturbabile, alla sfera del nulla, alla sfera né-di-percezione-né-di-non-percezione, e a chi volge davvero la mente al ni
  7. Page 74–80 Āneñjasappāya Sutta – La via verso l'imperturbabile e la nobile liberazione Nel borgo di Kammāsadhamma, nel paese dei Kuru, il Buddha insegna ai bhikkhu la via di pratica favorevole al raggiungimento dell'imperturbabile (āneñja), cioè uno stato della mente che non vacilla: si contempla il pericolo dei piaceri sensuali e della forma come impermanenti e sofferenti, e si espande la mente in modo vasto e illimitato. Espone i gradi successivi fino alla sfera del nulla e alla sfera né-di-percezione-né-di-non-percezione, ma avverte che anche questi stati meditativi sono solo u
  8. Page 81–88 Gaṇakamoggallāna Sutta – L'addestramento graduale nel Dhamma-Vinaya Il brahmano Gaṇaka Moggallāna, un contabile, chiede al Buddha, nel palazzo di Visākhā a Sāvatthī, se in questo Dhamma-Vinaya vi sia un addestramento graduale come nell'arte del calcolo. Il Buddha espone la sequenza dell'addestramento del bhikkhu: dalla virtù al controllo dei sensi, alla moderazione nel mangiare, alla dedizione alla veglia, alla consapevolezza e chiara comprensione, fino allo sviluppo dei quattro jhāna; e chiarisce di essere soltanto colui che indica la via, mentre il raggiungime
  9. Page 89–100 Gopakamoggallāna Sutta – Il rifugio del Saṅgha dopo il parinibbāna del Buddha Poco dopo il parinibbāna del Buddha, il venerabile Ānanda soggiorna a Rājagaha. Il brahmano Gopaka Moggallāna gli chiede se vi sia un bhikkhu con qualità pari a quelle del Buddha. Ānanda risponde di no, perché il Buddha è colui che ha aperto un sentiero mai esistito prima. In seguito il brahmano Vassakāra, ministro del Magadha, si unisce alla conversazione e chiede quale rifugio abbia il Saṅgha ora che il Buddha non c'è più. Ānanda risponde che il Saṅgha ha come rifugio il Dhamma-Vinaya, e che r
  10. Page 101–108 Mahāpuṇṇama Sutta – I cinque aggregati dell'attaccamento e la visione della personalità In una notte di luna piena, nel palazzo di Visākhā, un bhikkhu chiede al Buddha che cosa siano i cinque aggregati dell'attaccamento, quale ne sia la radice, e come sorga e cessi la visione dell'esistenza di un sé (sakkāyadiṭṭhi). Il Buddha espone in dettaglio la gratificazione, il pericolo e la via d'uscita riguardo ai cinque aggregati. Quando un bhikkhu, fraintendendo, pensa che se non esiste un sé, le azioni compiute da nessuno non possano dare frutto a nessuno, il Buddha ribadisce l'insegname
  11. Page 109–110 Cūḷapuṇṇama Sutta – Le caratteristiche della persona non retta Nella stessa notte di luna piena, nel palazzo di Visākhā, il Buddha chiede al Saṅgha dei bhikkhu se una persona non retta (malvagia) possa riconoscere una persona non retta o una persona retta. Quando i bhikkhu rispondono di no, egli comincia a esporre le caratteristiche della persona non retta: possiede qualità non buone, frequenta solo persone malvagie, ha pensieri malvagi, fa piani malvagi, parla in modo scorretto (menzogna, parola maldicente, parola aspra, chiacchiere futili) e compie azioni
  12. Page 111–115 Cūḷapuṇṇama Sutta (caratteristiche della persona retta e della persona non retta) In una notte di luna piena il Buddha spiega ai bhikkhu le caratteristiche della persona non retta (malvagia) e della persona retta (buona) da diversi punti di vista: chi frequenta, come pensa, come si consiglia, come parla, come agisce, quale visione ha e come dona. La persona non retta ha la visione errata che le buone e cattive azioni non abbiano frutto, dona senza rispetto e, alla morte, va all'inferno o nel regno animale; la persona retta ha la retta visione, dona con rispetto e, alla morte,
  13. Page 116–122 Anupada Sutta (Sāriputta sviluppa la visione profonda stato per stato) Il Buddha loda Sāriputta come dotato di grande saggezza, ampia saggezza e saggezza acuta. Racconta che Sāriputta sviluppò la visione profonda stato per stato per mezzo mese, entrando in ciascun jhāna, dal primo al quarto, e nei quattro jhāna senza forma fino alla cessazione di percezione e sensazione, conoscendo chiaramente i fattori che sorgevano in ciascuno stadio senza attaccarvisi, mostrando la finezza e la profondità dello sviluppo della concentrazione unito alla saggezza. Alla fine il Budd
  14. Page 123–133 Chabbisodhana Sutta (come verificare un bhikkhu che dichiara lo stato di arahant) Quando un bhikkhu dichiara di aver raggiunto lo stato di arahant, il Buddha insegna come verificare la veridicità di tale dichiarazione interrogandolo in sei modi: riguardo ai quattro modi di espressione (ciò che è visto, udito, sentito e conosciuto), ai cinque aggregati dell'attaccamento, ai sei elementi e alle sei basi sensoriali interne ed esterne. Il bhikkhu che è un vero arahant saprà rispondere che la sua mente è liberata da queste cose senza attaccamento. Il sutta contiene una descrizione
  15. Page 134–144 Sappurisa Sutta (la qualità della persona retta che non esalta se stessa denigrando gli altri) Il Buddha mostra la differenza tra la qualità della persona non retta e quella della persona retta, portando l'esempio di un bhikkhu che si è ordinato provenendo da una famiglia elevata, che ha grandi ricchezze, fama, guadagni, è molto istruito, esperto del Vinaya, predicatore del Dhamma, vive nella foresta, indossa vesti di stracci, o perfino ha raggiunto i jhāna e i vari stati senza forma. La persona non retta si basa su queste qualità per esaltare se stessa e denigrare gli altri, mentre la pe
  16. Page 145–165 Sevitabbāsevitabba Sutta (ciò che va coltivato e ciò che non va coltivato) Il Buddha espone in modo sistematico il principio per distinguere ciò che va coltivato da ciò che non va coltivato, comprendendo le azioni del corpo, della parola e della mente, i pensieri che sorgono, le percezioni, le opinioni, i tipi di esistenza personale, gli oggetti delle sei basi sensoriali, i requisiti (vesti, cibo d'elemosina, alloggio), i luoghi (villaggi, borghi, città, regioni) e le persone che si frequentano. Il criterio è: se coltivandolo gli stati non salutari aumentano e quelli s
  17. Page 166–174 Bahudhātuka Sutta Il Buddha, soggiornando al Jetavana, dice che tutti i pericoli e le calamità nel mondo nascono dagli stolti, non dai saggi. Poi Ānanda gli chiede quali qualità debba avere un bhikkhu saggio e riflessivo (vīmaṃsaka). Il Buddha spiega allora l'abilità riguardo ai vari elementi (i diciotto elementi, i sei elementi, ecc.), l'abilità riguardo alle basi sensoriali, all'origine dipendente e a ciò che è possibile e impossibile nel mondo: ad esempio, un arahant non potrà mai uccidere la madre o il padre
  18. Page 175–179 Isigili Sutta Il Buddha, soggiornando sul monte Isigili presso Rājagaha, racconta l'origine del nome di questo monte: in passato cinquecento paccekabuddha vi dimorarono a lungo, e quando entravano nella montagna scomparivano alla vista della gente; gli abitanti pensavano quindi che la montagna «inghiottisse» quei saggi, e la chiamarono Isigili. Poi il Buddha elenca i nomi dei paccekabuddha uno per uno e conclude con una lunga strofa di lode ai paccekabuddha, che hanno estinto la brama che conduce all'esistenz
  19. Page 180–189 Mahācattārīsaka Sutta Il Buddha espone la «nobile retta concentrazione con i suoi supporti e requisiti», cioè gli otto fattori del sentiero che insieme costituiscono la concentrazione, spiegando uno per uno i fattori (retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto sostentamento) su due livelli: il livello mondano, ancora con gli āsava, che è parte del merito, e il livello nobile e sovramondano, del tutto privo di āsava; e mostra come la retta visione preceda tutti gli altri fattori del sentiero. S
  20. Page 190–202 Ānāpānasati Sutta Il Buddha soggiorna nel palazzo della madre di Migāra con molti grandi anziani, come Sāriputta, Mahāmoggallāna e Mahākassapa. Nella notte di luna piena della cerimonia di pavāraṇā, egli loda il Saṅgha come puro e saldo nel Dhamma, poi espone in dettaglio la consapevolezza del respiro, cioè lo sviluppo della consapevolezza del respiro che entra ed esce in sedici fasi, e spiega che la consapevolezza del respiro, molto sviluppata, porta a compimento i quattro fondamenti della consapevolezza; questi
  21. Page 203–216 Kāyagatāsati Sutta Comincia con un gruppo di bhikkhu che discutono delle parole del Buddha secondo cui la consapevolezza del corpo porta grande frutto e grande beneficio. Il Buddha arriva e spiega in dettaglio come sviluppare la consapevolezza del corpo: dalla consapevolezza del respiro alla conoscenza di ogni postura, alla piena chiara comprensione, alla contemplazione delle trentadue parti del corpo (capelli, peli, unghie, denti, pelle, ecc.), alla contemplazione dei quattro elementi, alla contemplazione del cad
  22. Page 217–220 Saṅkhārupapatti Sutta (parte iniziale) Il Buddha espone la rinascita secondo l'aspirazione (saṅkhārupapatti): il bhikkhu dotato di fede, virtù, istruzione, generosità e saggezza che rivolge la mente al desiderio di rinascere dopo la morte in un certo piano di esistenza – come una ricca famiglia di khattiya, una ricca famiglia brahmanica, una ricca famiglia di capifamiglia, i deva dai Cātumahārājika fino ai Paranimmitavasavattī, o vari livelli del mondo di Brahmā – e coltiva questa aspirazione con la meditazione, riesce a rinascere in
  23. Page 221–225 Saṅkhārupapatti Sutta (conclusione) – Dirigere la mente a rinascere nei vari piani di esistenza Il Buddha continua a insegnare ai bhikkhu che chi è dotato di fede, virtù, istruzione, generosità e saggezza, sentendo che i vari livelli di Brahmā – come il Brahmā di mille sistemi cosmici, di centomila sistemi cosmici, gli Ābhassara, i Subhakiṇha, i Vehapphala e gli Akaniṭṭha – nonché i vari livelli dei Brahmā senza forma hanno lunga vita e grande felicità, rivolge la mente a quell'aspirazione e la coltiva, riuscendo a rinascere in quei piani come desiderato. Ma alla fine indica il punto più a
  24. Page 226–233 Cūḷasuññata Sutta – Dimorare gradualmente nella vacuità Nel palazzo della madre di Migāra, Ānanda chiede al Buddha di ciò che aveva udito, cioè che egli dimora spesso nella «dimora della vacuità» (suññatāvihāra). Il Buddha lo conferma e spiega in dettaglio la pratica: considerare la vacuità passo dopo passo, cominciando dal non prestare attenzione alla percezione del villaggio e delle persone e dal prestare attenzione alla percezione della foresta, poi passando alla percezione della terra, alla sfera dello spazio infinito, della coscienza infinita, d
  25. Page 234–245 Mahāsuññata Sutta – La vacuità e il pericolo della vita in compagnia Al Nigrodhārāma di Kapilavatthu, il Buddha dice ad Ānanda che il bhikkhu che si diletta della compagnia e del gruppo non ottiene la felicità della solitudine e del ritiro, a differenza di chi vive in disparte da solo. Insegna come stabilizzare la mente nella calma interiore, considerare la vacuità sia interna sia esterna, fino a uno stato della mente imperturbabile; avverte inoltre dei «pericoli» (upaddava) che derivano dall'attaccamento a guadagni e onori, per il maestro, per il discepolo e per
  26. Page 246–254 Acchariyabbhutadhamma Sutta – Le meraviglie del bodhisatta I bhikkhu stanno parlando delle meraviglie del Tathāgata, e il Buddha chiede ad Ānanda di raccontare le varie meraviglie riguardanti il bodhisatta che aveva udito da lui stesso: dalla discesa dal cielo Tusita nel grembo della madre con consapevolezza e chiara comprensione, alla luce e al terremoto al momento del concepimento e della nascita, ai deva che proteggono le quattro direzioni, alla madre che osserva una virtù pura, alla nascita pura e immacolata, ai sette passi e alla proclamazione sole
  27. Page 255–259 Bakkula Sutta – Le meraviglie del venerabile Bakkula L'asceta nudo Kassapa, vecchio amico laico del venerabile Bakkula, viene a chiedergli quante volte, in ottant'anni da monaco, abbia avuto rapporti sessuali. Bakkula corregge la domanda dicendo che quella giusta è se abbia mai avuto percezioni sensuali, e risponde che in ottant'anni non ha mai avuto la minima percezione sensuale, di malevolenza o di crudeltà; inoltre non ha mai accettato vesti da laici, non si è mai ammalato, non ha mai dormito in alloggi vicino ai villaggi e ha molte altre prati
  28. Page 260–272 Dantabhūmi Sutta – Il livello di chi è domato, con la similitudine dell'addestramento dell'elefante Il principe Jayasena chiede al novizio Aciravata come un bhikkhu diligente e impegnato possa raggiungere l'unificazione della mente (ekaggatā); ma quando il novizio glielo spiega, il principe non ci crede, perché si diletta ancora dei piaceri sensuali. Il Buddha espone allora due similitudini: quella di due persone che vedono il paesaggio dalla cima di un monte in modo diverso perché la montagna nasconde la vista all'uno, e quella dell'addestramento di un elefante selvatico, che viene legato a u
  29. Page 273–275 Bhūmija Sutta (parte iniziale) – L'aspirazione e il frutto della vita santa Il principe Jayasena chiede al venerabile Bhūmija se la dottrina secondo cui, sia che si viva la vita santa aspirando a un frutto sia che non vi si aspiri, non si può raggiungere alcun frutto, sia conforme all'insegnamento del Maestro. Bhūmija risponde di non averlo udito direttamente dal Buddha, ma suppone che egli direbbe che, che si aspiri al frutto o no, se si vive la vita santa in modo non saggio (ayoniso) non si può raggiungere il frutto, mentre se la si vive in modo saggio (yoniso) lo si
  30. Page 276–283 Bhūmija Sutta (le cause del successo nella vita santa) Parte finale del sutta in cui il venerabile Bhūmija conversa sul Dhamma con Ānanda, spiegando che gli asceti e i brahmani con visione errata, qualunque aspirazione abbiano, non possono raggiungere il frutto perché il loro metodo di pratica è sbagliato (ayoniso), come chi cerca di spremere olio dalla sabbia, mungere latte dal corno di una vacca, zangolare burro dall'acqua o accendere il fuoco sfregando legno bagnato: non riesce, per quanto si impegni. Chi ha la retta visione invece raggiunge semp
  31. Page 284–294 Anuruddha Sutta (la liberazione della mente illimitata e quella espansa) Il carpentiere Pañcakaṅga invita il venerabile Anuruddha a un pasto e gli chiede di un dubbio nato dall'aver sentito diversi anziani: la liberazione della mente illimitata (l'irradiare gentilezza amorevole, compassione, gioia partecipe ed equanimità ovunque senza limiti) e la liberazione della mente espansa (mahaggata, l'irradiare la mente su un'area delimitata sempre più ampia, come un albero, un villaggio, un regno, fino alla terra delimitata dall'oceano) sono la stessa cosa o sono diverse? An
  32. Page 295–310 Upakkilesa Sutta (le impurità della mente che fanno scomparire la luce e le visioni) A Kosambī i bhikkhu litigano e non obbediscono nemmeno quando il Buddha li ammonisce per tre volte. Egli allora si ritira da solo nella foresta e pronuncia strofe che insegnano che è meglio vivere da soli che in compagnia degli stolti; poi si reca dai venerabili Anuruddha, Nandiya e Kimbila nel parco di Pācīnavaṃsadāya. I tre gli riferiscono che vivono insieme serenamente con azioni del corpo, della parola e della mente piene di gentilezza amorevole, mettendo da parte le proprie opinioni per seg
  33. Page 311–330 Bālapaṇḍita Sutta (le caratteristiche dello stolto e del saggio e i diversi frutti delle loro azioni – il contenuto non si conclude in queste pagine) Il Buddha espone tre caratteristiche dello stolto (pensa male, parla male, agisce male), che gli fanno provare dolore e tristezza in questa vita in tre modi: è biasimato dagli altri; ha paura quando vede i criminali puniti; e, vicino alla morte, le cattive azioni passate tormentano la sua mente come l'ombra di una montagna e lo conducono a rinascere all'inferno, di cui il Buddha descrive in dettaglio le sofferenze. Poi espone la similitudine della tartaruga cieca che infila la testa in un giogo
  34. Page 331–333 Bālapaṇḍita Sutta (conclusione) Il Buddha parla ai bhikkhu, paragonando la felicità del monarca universale con i sette tesori e i quattro poteri alla felicità divina: non regge il confronto, come un sassolino rispetto al monte Himavanta. Poi insegna che il saggio che si comporta bene nel corpo, nella parola e nella mente, alla morte raggiunge una buona destinazione, il mondo celeste, come un giocatore d'azzardo che vince una grossa somma al primo lancio di dadi; ma il frutto meritorio della buona condotta è molto più grande di
  35. Page 334–347 Devadūta Sutta Il Buddha espone i «messaggeri divini», cioè cinque segnali di avvertimento che appaiono a ogni essere umano: il neonato, l'anziano, il malato, il criminale punito e il cadavere. Racconta che quando chi ha fatto il male muore e cade all'inferno, il re Yama gli chiede se abbia visto questi messaggeri divini e se abbia pensato di fare il bene. Quando questi risponde di averli visti ma di essere stato negligente e di non aver fatto il bene, il re Yama gli indica che quel male è una sua azione, che
  36. Page 348–351 Bhaddekaratta Sutta Il Buddha espone ai bhikkhu il principio della «persona di un'unica notte felice» (bhaddekaratta), con strofe che insegnano a non rincorrere il passato, che è già trascorso, a non sperare nel futuro, che non è ancora giunto, ma a vedere con chiarezza il fenomeno presente, momento per momento, senza vacillare. Poi spiega nel dettaglio che «rincorrere il passato» significa dilettarsi nei cinque aggregati come erano nel passato, «sperare nel futuro» significa dilettarsi al pensiero che i cinque agg
  37. Page 352–356 Ānandabhaddekaratta Sutta Il venerabile Ānanda espone ai bhikkhu nella sala delle assemblee la sintesi e l'analisi del bhaddekaratta. Quando il Buddha arriva e ne viene a conoscenza, chiede ad Ānanda di ripeterla in sua presenza. Ānanda recita allora le strofe e ne spiega il significato – non rincorrere il passato, non sperare nel futuro, non considerare il presente come un sé – così come il Buddha aveva insegnato. Al termine, il Buddha lo loda dicendo: «Bene, bene, Ānanda», e conferma che la spiegazione di Ānanda è corr
  38. Page 357–368 Mahākaccānabhaddekaratta Sutta Un deva chiede al venerabile Samiddhi se ricordi la sintesi e le strofe del bhaddekaratta. Quando egli risponde di non saperle, il deva gli suggerisce di chiederle al Buddha. Il Buddha espone le strofe a Samiddhi, ma si ritira nella sua dimora senza spiegarle in dettaglio. I bhikkhu vanno allora dal venerabile Mahākaccāna, lodato dal Maestro e dai compagni nella vita santa per la sua padronanza, e gli chiedono di spiegarle. Mahākaccāna le spiega attraverso le sei basi sensoriali (occhio, orecchi
  39. Page 369–375 Lomasakaṅgiyabhaddekaratta Sutta Un figlio di deva di nome Candana viene a chiedere al venerabile Lomasakaṅgiya se ricordi la sintesi e le strofe del bhaddekaratta. Lomasakaṅgiya ricorda le strofe (che il Buddha aveva esposto ai deva del cielo dei Tāvatiṃsa sotto l'albero pāricchattaka) ma non ne conosce il significato in dettaglio, e si reca quindi dal Buddha al Jetavana per chiedergli di spiegarle. Il Buddha rivela che quel figlio di deva era Candana, molto attento nell'ascoltare il Dhamma, poi espone le strofe e ne spiega il
  40. Page 376–385 Cūḷakammavibhaṅga Sutta Il giovane Subha, figlio di Todeyya, chiede al Buddha perché gli esseri umani siano diversi: alcuni hanno vita breve e altri lunga, alcuni molte malattie e altri buona salute, alcuni un aspetto sgradevole e altri bello, alcuni sono umili e altri potenti, alcuni poveri e altri ricchi, alcuni nati in famiglie umili e altri in famiglie elevate, alcuni sciocchi e altri saggi. Il Buddha risponde: «Gli esseri sono proprietari del loro kamma, eredi del loro kamma», e spiega coppia per coppia quale azio
  41. Page 386–399 Mahākammavibhaṅga Sutta L'asceta errante Potaliputta chiede al venerabile Samiddhi se il Buddha insegni che le azioni del corpo e della parola sono vane e che solo l'azione mentale è reale. Samiddhi risponde in modo non corretto, e Ānanda porta la questione al Buddha. Egli espone allora la grande analisi del kamma, spiegando perché alcune persone che fanno il male rinascono in una buona destinazione e alcune che fanno il bene rinascono in una cattiva destinazione: il frutto del kamma dipende da molti fattori concomitan
  42. Page 400–410 Saḷāyatanavibhaṅga Sutta Il Buddha espone ai bhikkhu in dettaglio l'analisi delle sei basi sensoriali: le basi interne ed esterne, i sei tipi di coscienza, i sei tipi di contatto, le diciotto esplorazioni mentali e molti altri gruppi di cose da conoscere, in particolare distinguendo la gioia, la tristezza e l'equanimità legate ai piaceri sensuali (gehasita) da quelle legate alla rinuncia (nekkhammasita), e insegnando ad appoggiarsi agli stati più raffinati per abbandonare quelli più grossolani, gradualmente. Si conclude
  43. Page 411–422 Uddesavibhaṅga Sutta Il Buddha espone ai bhikkhu un breve tema sul riflettere in modo che la coscienza non si disperda all'esterno e non resti bloccata all'interno, poi si ritira nella sua dimora senza spiegarlo in dettaglio. I bhikkhu vanno dal venerabile Mahākaccāna, stimato per la sua saggezza, e gli chiedono di spiegarne il significato nel dettaglio. Egli spiega che la coscienza si disperde quando la mente è attaccata agli oggetti percepiti attraverso le basi sensoriali, mentre la mente bloccata all'interno è l'
  44. Page 423–432 Araṇavibhaṅga Sutta Il Buddha espone il principio di una vita «senza conflitto» (araṇa), cioè senza contaminazioni che generino conflitti interiori o con gli altri, insegnando a evitare i due estremi: l'immergersi nei piaceri sensuali e il tormento di sé, e a seguire la via di mezzo, il nobile ottuplice sentiero. Insegna a conoscere il momento e il luogo opportuni per lodare e biasimare, a dire la verità con calma senza fretta e a non attaccarsi eccessivamente alle espressioni dialettali. Si conclude lodando il ven
  45. Page 433–440 Dhātuvibhaṅga Sutta (parte iniziale, il contenuto prosegue nella parte successiva) Il Buddha, in viaggio, giunge a Rājagaha e chiede di alloggiare nella casa di un vasaio insieme al venerabile Pukkusāti, un giovane di buona famiglia che si era ordinato per fede nel Buddha senza averlo mai visto prima. I due siedono in silenzio meditando per tutta la notte, finché il Buddha lo interroga e, saputo che è suo discepolo, gli espone il Dhamma, cominciando con l'analisi degli elementi: la persona è composta da sei elementi – terra, acqua, fuoco, aria, spazio e coscienza. Spiega gli e
  46. Page 441–447 Dhātuvibhaṅga Sutta (conclusione) Parte finale del Dhātuvibhaṅga Sutta, in cui il Buddha insegna al venerabile Pukkusāti che quando il praticante comprende con saggezza le tre sensazioni, fino a che l'equanimità diventa pura e luminosa come oro raffinato e privo di scorie, la mente non costruisce più verso una nuova esistenza, è libera dall'attaccamento e non è più dominata dalla brama: è chiamato un saggio in pace. Pukkusāti allora si pente di aver offeso il Buddha salutandolo come un semplice amico; ma quando chiede l'ordinazi
  47. Page 448–454 Saccavibhaṅga Sutta Il Buddha, soggiornando nel parco di Isipatana, dice di aver esposto le quattro nobili verità e raccomanda ai bhikkhu di frequentare Sāriputta e Moggallāna, paragonabili rispettivamente alla madre che dà alla luce e alla nutrice che alleva. Quando il Buddha si è ritirato nella sua dimora, Sāriputta espone ai bhikkhu in dettaglio le quattro nobili verità: la sofferenza (nascita, vecchiaia, morte, dolore, ecc., e i cinque aggregati), la causa della sofferenza, cioè la brama, la cessazione della so
  48. Page 455–462 Dakkhiṇāvibhaṅga Sutta La regina Mahāpajāpatī Gotamī porta al Buddha una nuova coppia di panni tessuta da lei stessa, destinata a lui personalmente, ma il Buddha per tre volte le consiglia di offrirla invece al Saṅgha, per ottenere un beneficio maggiore. Ānanda ricorda allora al Buddha il grande debito di gratitudine verso di lei, che lo aveva allevato fin da piccolo ed era stata guida all'ingresso nell'insegnamento. Il Buddha espone quindi i quattordici tipi di offerta personale (pāṭipuggalika dakkhiṇā), secondo il l
  49. Page 463–472 Anāthapiṇḍikovāda Sutta Inizia il Saḷāyatana Vagga. Il ricco mercante Anāthapiṇḍika, gravemente malato e vicino alla morte, manda qualcuno a invitare Sāriputta e Ānanda a fargli visita. Sāriputta gli insegna un Dhamma profondo: non attaccarsi alle basi sensoriali, alla coscienza, al contatto, alla sensazione, agli elementi, agli aggregati e perfino a questo mondo e all'altro, a ciò che è visto, udito e conosciuto. Essendo un insegnamento profondo mai udito prima, il mercante piange di gioia (non di tristezza), rammaric
  50. Page 473–479 Channovāda Sutta Il venerabile Channa è gravemente malato e soffre atrocemente. Sāriputta e Mahācunda vanno a fargli visita. Channa descrive il dolore violento paragonandolo a coltelli affilati, a una cinghia stretta intorno alla testa e al fuoco che brucia il corpo, fino a dichiarare l'intenzione di togliersi la vita con un'arma. Sāriputta cerca di dissuaderlo e si offre di assisterlo, ma Channa insiste di non essere attaccato al corpo e alla vita. Quando Sāriputta lo interroga sul non-sé nelle sei basi sensori
  51. Page 480–484 Puṇṇovāda Sutta Il venerabile Puṇṇa chiede al Buddha una breve esortazione da mettere in pratica in solitudine. Il Buddha insegna che quando sorgono forme, suoni, odori, sapori, contatti e oggetti mentali desiderabili, se ci si diletta e ci si attacca ad essi sorge il diletto (nandī), fonte di sofferenza; ma se non ci si diletta, il diletto cessa e cessa la sofferenza. Puṇṇa intende andare a diffondere il Dhamma nella regione di Sunāparanta, nota per la ferocia dei suoi abitanti. Il Buddha mette alla prova la s
  52. Page 485–495 Nandakovāda Sutta (parte iniziale, non conclusa) La regina Mahāpajāpatī Gotamī chiede al Buddha di far istruire le bhikkhunī da un anziano. Il venerabile Nandaka non è volenteroso, ma il Buddha gli affida il compito. Egli usa il metodo delle domande e risposte (paṭipucchākathā) per insegnare alle bhikkhunī a considerare che le sei basi sensoriali interne, le sei esterne e i sei tipi di coscienza sono tutti impermanenti, sofferenti e non da considerare come un sé, usando la similitudine della fiamma di una lampada – se il combustibile e la fiam
  53. Page 503–507 Cūḷarāhulovāda Sutta Il Buddha, soggiornando al Jetavana, vede che le qualità che porteranno Rāhula alla liberazione sono ormai mature, e lo conduce nella foresta di Andhavana per un insegnamento speciale. Gli chiede di esaminare se l'occhio, le forme, la coscienza visiva, il contatto visivo e la sensazione nata da quel contatto siano permanenti o impermanenti, sofferenti o piacevoli, e se sia opportuno considerarli un sé, passando in rassegna tutte e sei le porte sensoriali. Quando Rāhula vede chiaramente secondo r
  54. Page 508–519 Chachakka Sutta Il Buddha espone ai bhikkhu i sei gruppi di sei: le sei basi sensoriali interne, le sei esterne, i sei tipi di coscienza, i sei tipi di contatto, i sei tipi di sensazione e i sei tipi di brama, spiegando come ciascuno sorga secondo la sequenza delle condizioni. Mostra poi che chi considera l'occhio, le forme, la coscienza, il contatto, la sensazione o la brama come un sé sbaglia, perché si vede che tutte queste cose sorgono e svaniscono. Espone sia la via che porta al sorgere della personalità (
  55. Page 520–526 Saḷāyatanavibhaṅga Sutta (Mahāsaḷāyatanika Sutta) Il Buddha espone il Dhamma chiamato «Mahāsaḷāyatanika»: chi non conosce e non vede secondo realtà l'occhio, le forme, la coscienza, il contatto e la sensazione nata dal contatto prova brama e diletto per queste cose, e così i cinque aggregati dell'attaccamento si accumulano e sorgono sofferenze sia fisiche sia mentali. Al contrario, chi conosce e vede secondo realtà non prova brama né diletto, i cinque aggregati dell'attaccamento diminuiscono ed egli è felice nel corpo e nella mente. La retta vi
  56. Page 527–531 Nagaravindeyya Sutta Durante un viaggio nel paese dei Kosala, giunto al villaggio brahmanico di Nagaravinda, il Buddha insegna ai brahmani capifamiglia di Nagaravinda che, se gli asceti di altre dottrine chiedessero loro quali asceti e brahmani non meritino rispetto, dovrebbero rispondere: quelli che hanno ancora brama, avversione e illusione verso forme, suoni, odori, sapori, contatti e oggetti mentali, e la cui condotta nel corpo, nella parola e nella mente non è equilibrata; mentre meritano rispetto quelli che so
  57. Page 532–539 Piṇḍapātapārisuddhi Sutta Sāriputta si reca dal Buddha a Rājagaha. Il Buddha gli chiede in quale dimora meditativa viva, dato che le sue facoltà sono così limpide. Sāriputta risponde che dimora nella «dimora della vacuità» (suññatāvihāra), che il Buddha loda come la dimora dei grandi uomini. Poi insegna come il bhikkhu debba riesaminarsi ogni volta che torna dalla questua: se lungo la strada vi siano stati desiderio, brama, avversione o illusione verso le forme, i suoni, gli odori, i sapori, i contatti e gli oggetti ment
  58. Page 540–547 Indriyabhāvanā Sutta Un giovane di nome Uttara, discepolo del brahmano Pārāsiriya, dice al Buddha che il suo maestro insegna che lo sviluppo delle facoltà consiste nel non vedere forme con l'occhio e non udire suoni con l'orecchio. Il Buddha osserva che, se così fosse, anche i ciechi e i sordi dovrebbero essere considerati persone che hanno sviluppato le facoltà, e il giovane, messo alle strette, non sa rispondere. Il Buddha espone allora ad Ānanda il supremo sviluppo delle facoltà nella disciplina dei nobili, in tr