“Ma, Udāyī, perché dici così?” “Signore, la nostra tradizione dice così: ‘Esiste un mondo di felicità perfetta. Ed esiste una pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta’. Ma se torchiati, pressati, ed esortati sulla nostra tradizione, ne esce fuori che siamo vuoti, vacui, e in errore” Ma, Signore, esiste un mondo di felicità perfetta? Ed esiste una pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta?” “Esiste un mondo di felicità perfetta, Udāyī. Ed esiste una pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta” “Beh, Signore, qual è quella pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta?” Prendi un monaco che, sufficientemente isolato dai piaceri dei sensi, … raggiunge e dimora nella prima estasi. Con il placarsi di pensiero e valutazione, … raggiunge e dimora nella seconda estasi. Con lo svanire dell’euforia, … raggiunge e dimora nella terza estasi. Questa è la pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta” “Signore, quella non è la pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta. A quel punto un mondo di felicità perfetta è già stato realizzato” “No, Udāyī, a quel punto un mondo di felicità perfetta non è ancora stato realizzato. Questa è la pratica fondata per realizzare un mondo di felicità perfetta” Detto ciò, l’assemblea di Sakuludāyī fece un gran trambusto, un terribile baccano: “In questo caso siamo perduti, e così lo sono gli insegnamenti della nostra tradizione! Siamo perduti, e così lo sono gli insegnamenti della nostra tradizione! Non conosciamo nulla di più alto di questo!”