Poi andò dal Buddha, si inchinò, si sedette a lato, e gli disse: “Signore, vorrei fare visita ai miei genitori, se il Buddha lo permette”. Allora il Buddha si concentrò a leggere la mente di Raṭṭhapāla. Una volta capito che era impossibile per Raṭṭhapāla dimettersi dall’addestramento e tornare a vita inferiore, gli disse: “Prego, Raṭṭhapāla, vai pure quando vuoi”. E quindi Raṭṭhapāla si alzò dal proprio posto, si inchinò, e circumambulò il Buddha, mantenendolo alla propria destra. Poi riordinò il proprio riparo e, prendendo la propria ciotola e abito, si avviò verso Thullakoṭṭhika. Passo dopo passo, giunse a Thullakoṭṭhika, dove dimorò nel campo dei cervi del Re Koravya. Al mattino Raṭṭhapāla si vestì e, prendendo la propria ciotola e abito, entrò a Thullakoṭṭhika per l’elemosina. Vagando indiscriminatamente per l’elemosina, si avvicinò alla casa di suo padre. In quell’occasione il padre di Raṭṭhapāla si stava facendo pettinare i capelli nella sala del cancello centrale. Vide Raṭṭhapāla arrivare da lontano e disse: “Il nostro caro e amato unico figlio è stato convinto a lasciare casa da questi pelati, questi finti asceti!” E così alla casa del suo stesso padre Raṭṭhapāla non ricevette né elemosina né un cortese rifiuto, ma solo abusi. In quell’occasione una serva di famiglia voleva buttare via il porridge della sera prima. Quindi Raṭṭhapāla le disse: “Se quello è da buttare, sorella, versalo nella mia ciotola”. E nel versare il porridge nella sua ciotola, la serva riconobbe l’aspetto delle mani, dei piedi, e la voce di Raṭṭhapāla.